Note a cura di Rosa Rossi
Esordio (un estratto dalla novella)
La sottile ebbrezza che durava da tre giorni per la promozione, le paterne briglie finalmente abbandonate sul collo irrequieto, il calore, il fervore e lo stordimento dei giuochi, la stanchezza, il sole troppo d’oro, la congiura dei profumi così inebrianti ai primi del placido giugno, avevano fatto sì che a Mughetto e Perseolino (quello basso, paffutello, roseo e quasi sempre sorridente; questo alto, pallido, magro e quasi sempre serio) non fossero arrivati i rintocchi squillanti e frettolosi dell’uscita: «Tutti a casa! tutti a casa! tutti a casa! notte! notte! notte!».
Cosicché quando il cinereo crepuscolo, distendendo l’ultimo suo velo, il più folto, sul pubblico giardino, le nottole volitando per i viali oscurati, gli uccelli tacendo, i profumi diventando più penetranti e qualche pallida stella luccicando nel cielo ormai assai livido, punsero loro il cuore per il ritorno, quei poveri ragazzi, volati al gran cancello, lo trovarono serrato. Serrato! Inesorabilmente serrato!
***
Un’angoscia mortale stringe loro il petto come una morsa. Tacciono allibiti. I due cuori battono a precipizio; poi sembrano arrestarsi mentre goccioloni di freddo sudore colano dalla fronte.
Appena riescono a sciogliersi dal doloroso smarrimento, scuotono con le piccole mani le sbarre quadrate che nemmeno riescono bene ad afferrare. Gridano. Nessuno risponde. Nessuno li sente. Al di là di quel gran tappeto nero e deserto disteso dinanzi al cancello è un allegro via vai di folla chiassosa, fasci luminosi di fari, rauche urla di clacson, facce allegre ed illuminate di bambini a passeggio con i genitori, liete carrettate di famiglie contadine reduci dalla falciatura, rotolar cupo di carrozze sul selciato, coro festoso di soldati dalla caserma vicina, orchestra di radio lontana …
Là frastuono e luce!
Qui silenzio e buio …
Gridano a squarciagola, gesticolano, fischiano.
Tentano arrampicarsi sul cancello, agitano disperatamente i fazzoletti. Nessuno li sente.Lagrime cocenti tagliano loro le guance.
Si guardano; ma è buio ormai fondo e non si vedono quasi più.
Dietro di loro: il buio ed il mistero della notte!Dinanzi, al di là del cancello: luce ed allegria! Come bruciano ora nell’anima le parole della ma- terna canzoncina: «quando tramonta il sole, a casa vi si vuole!».
Afferrati dall’angoscia, si prendono stretti per mano e non esitano a voltar le spalle alla luce vietata, ad affrontare il buio e sparirvi.
Cercano ansiosi un’altra via di scampo. Ma, giù in fondo, il muro di cinta è alto, assai alto, tutto intorno paurosamente alto! Saltarlo? Sarebbe la morte, la morte nera!
Si affacciano qua e là e si ritraggono sempre più inorriditi. Vagano a lungo. Invocano in cuor loro la luna. Dinanzi, ecco lì l’immagine della mamma piangente, ecco qui dentro l’anima il rimorso per la loro sventatezza.
II buio si fa sempre più fitto. Impenetrabile. Qua e là fruscii tenui: gli aliti misteriosi e le voci vaghe e sottili della notte. Un dolce frullo d’ala, un sibilo acuto e strano, uno stormire al vento improvviso che subito cessa come soffocato, un sommesso canto di grillo, un urto stridulo o velato di foglie morte, il rumore sordo e pesante di un rospo in marcia, l’arrivo a terra di un petalo, crepitii dolci… sospiri e respiri di foglie, pigolii tenui di nidi già sognanti…
La loro immaginazione tutto deforma, tutto ingrandisce. Com’è lontana la loro chiassosa baldanza alla gran luce del sole! Come implorano ora, in cuor loro, le amiche lucciole che rischiarino un po’ la tenebra in cui vagano, incespicando ogni tanto e battendo la fronte nei cespugli.
Vanno, tornano. Ora corrono ancora, ora s’arrestano. E vagano ciechi come accade nella fitta nebbia. Ora si fermano di colpo, a fiato sospeso, in ascolto non sanno di chi e di che cosa.
La stanchezza, infine, dopo una lotta tanto impari, riuscì a vincerli.
Non udirono più i rumori misteriosi, più non videro le stelle di Dio alle quali per conforto ogni tanto avevano alzato la fronte.
Videro solo un volto: quello della mamma dolente. Sentirono piegarsi le ginocchia e s’accasciarono in un prato, abbracciati. Si fecero con la mente il segno della Croce e dopo qualche sussulto il sonno li vinse.


Il testo che precede costituisce l’esordio di Avventure di plenilunio, un romanzo per ragazzi scritto da Filippo Petroselli e pubblicato nel 1951.
Proviene dalla biblioteca di famiglia, a partire dalla quale è nata e si è sviluppata la passione per i libri datati, integrata sistematicamente sulla base dell’interesse per la narrativa del XX secolo.
Leggere romanzi e novelle – ma anche articoli o saggi – d’epoca contribuisce ad accostarsi in modo consapevole ad una realtà sociale, politica, culturale ampiamente superata e che tuttavia racchiude in germe le premesse di una trasformazione che viviamo oggi senza sempre capire fino in fondo quanto questa trasformazione sia stata radicale.
Gli scritti, quelli continuamente ripubblicati ma anche quelli dimenticati e confluiti, con poche eccezioni, nel mercato dell’usato o negli scaffali delle biblioteche, forniscono chiavi interessanti per decodificare gli aspetti del mondo come era. E questo anche a chi – come chi scrive – quel mondo lo ha vissuto da bambina a partire dagli Anni Cinquanta del secolo scorso.
Nel riesaminare Avventure di plenilunio, come per l’intera produzione narrativa dello stesso autore, è indispensabile partire dalla considerazione che questo titolo, come gli altri, non ha avuto una storia editoriale duratura, nonostante i giudizi lusinghieri della critica e dei contemporanei.
È stato pubblicato da Gastaldi Editore in Milano come risulta dal frontespizio in cui il titolo è seguito dalla dicitura Premio Gastaldi 1950 per il libro dei ragazzi e, in ultima pagina, dalla scritta: “Questo volume a cura dell’editore Mario Gastaldi – Milano -Roma è stato finito di stampare il 30-5-1951”.
In rete si trova anche notizia di un Catalogo generale delle Edizioni Gastaldi. 1918 – 1960. 42 anni di attività editoriale, Gastaldi, 1960, anche questo di difficile reperibilità.
Oggi, il libro è ‘dileguato’. Ne esiste qualche copia in case private, nelle librerie dell’usato e, ancora, nelle bancarelle (quelle che si fanno carico del salvataggio dei libri vecchi).
Ne esistono poi le copie possedute da alcune biblioteche.
In ogni caso, è fuori dal mercato e, di conseguenza, sembrerebbe inutile parlarne.
Eppure, rileggendolo, si ha la precisa sensazione di una narrazione che non ha perso il suo significato e che, anzi, alla luce delle condizioni ambientali attuali, il significato originario risulti rafforzato e amplificato, fino a trasmettere un nuovo messaggio.
Peraltro, se i ragazzi che lo hanno letto agli inizi degli Anni Cinquanta, riuscivano a cogliere il rimprovero che il mondo della natura rivolge loro per i comportamenti scorretti che tengono nei confronti degli esseri vegetali e animali in cui si imbattono durante i loro giochi, i coetanei del XXI sec. avrebbero forse bisogno di note alla lettura per decodificare tutti gli elementi naturali presenti nella narrazione (quanti bambini hanno modo di vedere una lucciola, un piccolo insetto dell’ordine dei Coleotteri e della famiglia dei Lampiridi che emette una luce intermittente, oggi quasi scomparso?

Le avventure del titolo sono racchiuse nello spazio di una notte, all’inizio di giugno, all’interno di un parco cittadino. Il parco cittadino nel quale la vicenda è ambientata è la Villa Comunale Pratogiardino, a Viterbo, la città dell’Alto Lazio (Tuscia viterbese) dove l’autore è nato e ha vissuto tutta la vita con la sola, lunga parentesi delle guerre cui ha partecipato come tenente medico, tra il 1913 e il 1919. Ma potrebbe essere il parco cittadino di una qualsiasi città di provincia. La popolazione animale sarebbe stata la stessa, con varianti minime, tra Nord e Sud, lungo tutta la penisola.
Le avventure, dunque, si svolgono in un parco.
Come si svolge in un parco Peter Pan nei giardini di Kensington (1906) e Peter e Wendy o Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere (1904 e 1911) dello scozzese James Matthew Barrie (1860 – 1937), con una lunga e sostanziosa storia editoriale al suo attivo, quattro film che in modo diverso si ispirano alla vicenda del bambino ‘che non voleva crescere’, dal cartone animato di Walt Disney (Le avventure di Peter Pan, 1953) fino ai più recenti, realizzati in corrispondenza con il centenario della pubblicazione dell’opera (Neverland – Un sogno per la vita di Marc Forster, 2003; Peter Pan di P.J. Hogan, 2004 e Pan – Viaggio sull’isola che non c’è diJoe Wright, 2015).
Viene spontaneo domandarsi se Filippo Petroselli conoscesse questo titolo.
Ma nulla porta a rispondere in modo affermativo.
Petroselli conosceva il tedesco e il francese ma non la lingua inglese, se non forse per qualche parola orecchiata sui fronti dove è stato medico militare (in Libia e poi lungo il fronte orientale italiano) così come aveva appreso qualche parola di arabo sul fronte libico.
Quindi non poteva conoscerlo nell’originale.
Peraltro, il romanzo di Barrie è stato tradotto in italiano per la prima volta da Milly (Emilia) Dandolo (James Matthew Barrie, Pater Pan, Bompiani 1939 – 1943, ristampato con l’introduzione di Beatrice Masini per i tipi Fanucci nel 2016).
Ne esistono oggi anche altre traduzioni, per altre case editrici, regolarmente in commercio.
Ma non erano tempi per letture come queste, con un’altra guerra alle porte e i figli ormai grandi.
Se la cronologia non depone per una conoscenza dell’autore scozzese, i contenuti non fanno che confermare la distanza tra i due autori.
Peter Pan si colloca infatti decisamente nell’ambito del fantastico e tramite il fantastico si fa portavoce di problematiche profonde dell’autore, familiari e personali che, in qualche modo, confluiscono nel ‘bambino che non voleva crescere’.
In Avventure di plenilunio i due protagonisti, rimasti chiusi nel parco cittadino2 al sopraggiungere dell’oscurità, nonostante i richiami del guardiano, si ritrovano soli e al buio.
Dopo aver tentato inutilmente di richiamare l’attenzione, si rannicchiano sull’erba di un prato, finendo per addormentarsi abbracciati per ripararsi dall’umidità della notte.
Proprio durante questa lunga notte, la loro mente si riempie di sogni – gli stessi per entrambi – in cui rivivono le loro scorribande nel parco durante i giorni di vacanza, tra un gioco e l’altro, alla scoperta degli animali, degli insetti, delle piante che lo popolano (ghiri e topi, cigni e pavoni, passeri e usignoli, pesci di ogni tipo, tartarughe, rospi, farfalle oltre che un misterioso e grande ragno nero) e, spesso, come protagonisti di marachelle ai danni proprio degli animali che divengono educatori nel loro lungo sogno.
Nel sogno, infatti, gli animali si animano e parlano, tra loro e con i due ragazzi. E ogni ‘avventura’ diviene occasione per un insegnamento volto a suscitare in loro l’attenzione e il rispetto per tutti gli esseri che popolano la natura, dai più piccoli ai più grandi, dal fiorellino, alle bacche, alle foglie. L’usignolo, nel mostrare loro il nido che i due monelli hanno inutilmente cercato durante il giorno, insegna loro a rispettare i nidi costruiti con tanta cura per ospitare le uova; la tartaruga rivolge loro la raccomandazione di non lasciarla a ‘gambe all’aria’ se (‘per caso’) vi hanno inciampato … e così via: una sorta di manuale in presa diretta – tutti gli esseri animati che popolano i successivi quadri del sogno notturno sono incappati nei due monelli durante le loro scorribande diurne! – che stigmatizza i comportamenti da evitare.
Risvegliati sul far del giorno dalle voci preoccupate del guardiano e dei genitori, una volta tornati nelle loro case, i due ragazzini fanno fatica a elaborare l’accaduto.
Lo spavento e il rimprovero per le marachelle alle quali erano abituati – ricevuto da una prospettiva ribaltata (ossia quella degli animali fatti oggetto, durante il giorno, di scherzi e vere e proprie cattiverie) – li hanno resi taciturni, tristi e maldisposti alla ripresa della loro vita consueta, senza più nessun desiderio di approfittare delle vacanze estive.
La soluzione viene da una raccolta di novelle che i genitori decidono di fare trovare sotto il cuscino dei due, ridotti a malpartito dalle avventure oniriche nel parco e dagli insegnamenti, pur pazienti e benevoli, degli animali.
La raccolta è una sorta di ‘libro nel libro’ che sposta l’attenzione sulla varia umanità rappresentata dai protagonisti delle sei novelle (in alcuni casi, un’intera comunità), osservata ora con bonomia, ora con sottile umorismo, ora con una satira pungente e decisamente mordace.
Un esempio dell’accoglienza di Avventure di Plenilunio
Lettera di Padre Innocenzo Casini Cappuccino a Filippo Petroselli (dall’archivio di famiglia)
Per altri giudizi critici su Avventure di Plenilunio, clicca qui.
Trascritto da manoscritto
Illustrissimo e Chiarissimo Professore,
il suo “Avventure di plenilunio” l’ho letto tutto d’un fiato.
È un libriccino indovinatissimo per ragazzi, che si fa leggere anche dagli adulti.
Debbo dirle la mia impressione? Eccola.
Chi l’ha scritto è un poeta.
Un singolarissimo artista, tutto vibrante ad ogni pur minimo fiato, che dall’esterno o dall’interno, ne sfiora la delicata sensibilità sempre desta; dotato d’un senso misterioso e quasi magico, che umanizza le cose e gli animali, e ne mostra la faccia nella sua vera luce naturale che illumina ed attrae; che rallegra tutto armoniosamente con nessi strani e profondi che soltanto un poeta sa intendere e rivelare.
Nel suo bel libbricino, ogni cosa, qualsiasi oggetto insignificante in sé, prende nuova vita e genera stupori, terrori e curiosità e puerili meraviglie.
Tutto questo, per me, è poesia nel senso antico, religioso, eterno, che vede l’intimo d’ogni cosa e ne rivela lo stupefacente mistero.
E che Le dirò del recondito significato dei suoi principali attori?
Quel brutto ragno costantemente presente ai due piccoli protagonisti che, a vederlo fuggono, fuggono spaventati! (Quanto è buffo quel “fuggitelo sempre!” a pag. 27) i Cigni, i Barbagianni, la Torre, i Pavoni, la bella e dolce Flora incitante alla gara con la sua rosa azzurra, le impareggiabili descrizioni degli animali (bellissima quella dell’usignolo) ove, oltre l’artista si rivela il cacciatore esperto, profondo conoscitore delle loro misteriose abitudini, le sei perfette novelle che chiudono il libretto, ed altre meraviglie ancora nascondono un vero trattato di pedagogia. Permetta, dunque, caro Professore, ch’io mi congratuli sinceramente con Lei e Le esprima l’augurio che “Avventure di plenilunio” venga letto da molti non solo, ma possa vedere presto altri fratelli, dal proprio padre ancor giovane il quale, con le sue molteplici produzioni letterarie e col Premio Gastaldi naviga, ormai, nel mare dell’arte a vele spiegate. Caro Professore, molto cordialmente La ringrazio del dono e della dedica. E mentre Le prometto che mi prenderò cura di far conoscere il Suo bel libro, con affetto La saluto e benedico Viterbo 18-VII-1951.
Suo Devotissimo Amico,
P. Innocenzo Casini Cappuccino
P.S. Ossequi e cordiali saluti a tutti di casa


